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Giuseppe Ciarcià - profilo di un artista -
Giuseppe Ciarcià - profilo di un artista -Di Daniele Ruta
Un viaggio di notte con Giuseppe Ciarcià. La velocità della macchina, le strade della provincia di Ragusa, la notte essenziale come il buio e la luce, la vita e la morte. Si copre una distanza, ci si allontana da un posto e si consuma così una conoscenza per raccontare la vita di un uomo che viveva, fino a poco tempo fa, una esistenza normale e che ora ha scelto il sentimento dell’arte perché ha capito che c’è un bisogno supremo d colmare, un modo da rappresentare. Esiste per Ciarcià la vitalità e la gioia che deve esplodere in ognuno di noi.
Esiste la condizione contro l’ignoranza e l’inganno. Esiste l’azione contro il mondo truccato dei fantasmi. I fantasmi e il mondo dei fantasmi, ci sono, sono sempre presenti. E si annidano ovunque, come codardi.
Sono travestiti nei palazzi del potere, sono nelle banche sempre attenti a non far capire gli aspetti tecnici simili all’usura; peggiori dell’usura.
E anche così che l’artista comprende che c’è una sola strada possibile ma non per fuggire, solo per salvarsi. È la scelta di racchiudere a se tutto il mondo, rendere il modo una cosa sola nella propria vita.
Ecco che la nostra strada illumina scene che sono lontane ma sono pur sempre nostre, ancora nostre anche se non sono state ne vissute ne conosciute. E tanto vera questa cosa, tanto più vera se pensiamo che Ciarcià la esprime senza saperlo. Può capitare che un viaggiatore o un narratore a lui si affianchi e nel viaggio della sera colga un significato e glielo racconti.
Alcune tele pittoriche di Ciarcià esprimono sessualità liberate. Si contendono forza del bisogno e il bisogno della forza. Come se la sessualità da troppo tempo repressa prende forma con il gioco dei colori, con la scelta di un tocco, di una vernice, di un odore. Appaiono palazzi allungati, appare la tensione di tendere a speranze nascoste. E prende scena il confitto, tutto il conflitto, anche quello di una vita costretta a misurarsi con l’esercizio della forza e del potere.
Non si è mai saputo quanto conti la nascita e il vissuto di una persona che imbocca la strada tortuosa dell’arte. Giuseppe Ciarcià nasce in Venezuela ma vive e compie tutta la sua vita in una Sicilia che lo forma e lo plasma nel sangue e nella carni. Tanto che il passaggio del tempo accompagna congiuntamente la trasformazioni della Sicilia con le trasformazioni di questo autore austero e solitario, schivo, difficile ma vero, autentiche nelle essenziali manifestazioni di umanità e nelle reali espressioni del sentimento. Non mente quando si esprime col sentire. Lo si capisce, lo si intuisce.
Molti dicono cose che non pensano. Le poche cose che dice Ciarcià Lui le pensa le raffigura, e anche disposto a combattere per affermare. Gli si crede quando dice di ritenere che tutti possono uscire dalla disperazione e dal disagio magari aiutati da qualcuno che gli mette in mano un pennello.
I disperati possono diventare artisti, anche i grandi artisti che non sanno di essere. Come non hanno mai capito che sono disperati per colpa dei fantasmi ecco,, i fantasmi. Per quanto non abbiamo una visibilità reale, i fantasmi affondano e presenziano nel gioco plastico e magmatico dei lavori di Ciarcià.
Un lavoro a volte complicatissimo se pure espresso, da caso a caso, con una scelta elementare. Sembrerebbe una scelta semplice di segnare il proprio codice fiscale come fa Ciarcià. In verità un numero, una sigla, rende con l’arte la tragedia di nascere, vivere, morire accompagnati da un numero, freddo, metallico, blindato dentro una cassaforte dove si è soli e dove non si conta affatto se quel codice non si traduce in ricchezza, in casi, terreni, arazzi e palazzi. Si evidenzia nell’opera anche una contraddizione come se Ciarcià non volesse seguire sempre un tema, una linea comune, quando sceglie di dare corpo a pensiero con una immagine.
C’è come un trilogia interna che si muove, viaggia, ritorna. Il codice fiscale rappresenta l’annientamento dell’individuo ridotto a numero, schiacciato dalle banche, incapace di riprendersi perchè quel codice è stato compromesso da un errore comprensibile che lo stato, anonimo e cinico non ti perdona. Ma nelle raffigurazioni ci sono anche i fiori e i palazzi sempre più alti sempre in tensione, come se volessero crescere sempre questi palazzi e allontanarsi dal loro stesso spazio. Questa trilogia corrisponde ad una logica. Si è dapprima annientati dal potere a cui si cerca di dare un volto.
Ecco i palazzi. L’idea fallocratica. il sesso sempre più lungo che penetra, stupra, violenta. Come missili, i campanili della chiesa, i grattacieli dove lavorano minoranze di privilegiati che affamano il mondo. Ma poi tornano i fiori, torna la quiete, il riposo, la serenità. Dopo la comprensione Kafchiana. La realtà è spietata, è spietata la sua rappresentazione. Ma il colore di una rosa, il suo profumo ed il ritorno possibile all’umanità. Sebbene l’artista possa obbiettare che la scelta del fiore è stata fatta prima dei codici e prima dei grattacieli. Sebbene l’artista non comprenda che il tempo del suo vissuto è il tempo della sua opera non coincidono.
Oppure , non hanno nessuna importanza. Non c’è nessun preciso significato in ciò che è stato fatto prima durante o dopo. L’indagine e la sua trilogia non può essere rivista ne preventivata dall’artista. L’opera e l’artista non hanno tempo. Sono semmai i contenuti esoterici della sua opera che lo rendono veggente, premonitore. In un delirio ancor non compreso che precede una realtà, una verità che sta per arrivare. Il viaggiatore interroga Ciarcià per avere prova di questo assunto. Gli chiede se conosce il paese toscano e medievale di san gimigliano. Quale attinenza può avere con l’autore? Quale importanza? San gimigliano è una città bellissima con rocce, pietre, roccaforti. Ma soprattutto torri, torri medievali che le famiglie del tempo costruivano sempre più alte a simboleggiare la loro potenza ed il loro dominio. Più alta era la torre più grande era la potenza espressa dalla famiglia. Un’idea medievale sempre più attuale.
Un idea come trascritta in un codice umano manifesto e allo stesso tempo impenetrabile . no, Ciarcià non conosceva san gimigliano. È la prova che ha espresso qualcosa che esiste, persiste nel mondo. È la prova che ha espresso un elemento del mondo senza vederlo. Avrebbe previsto Ciarcà la tragedia delle torri gemelle? Avrebbe già visto il fuoco, la catastrofe, l’azione di morte contrapposta prodotta da un potere simile e parallelo? È una domanda che contiene già in se un'altra domanda. Poichè l’atto di morte dell’11 settembre completa il conflitto anche se ne rovescia il significato. La penetrazione di morte risponde con l’altra faccia della stessa medaglia.
E non ci sarà speranza, mai speranza. Fin tanto che la torre, l’altezza, il membro più alto con la capacità possente di penetrare il cielo non sarà considerato un vero atto d’amore, un potere d’amore che avviene e si consuma per la vita e per la sua rinascita. Ci sono molte cose che non si dicono ancora. Non si dice che il potere è impotente perché prodotto con l’inganno e messo in mano nel mondo dei fantasmi. Costoro possono stuprare perché non dispongono del potere di pensare, di pensare al mondo e di rappresentarlo. Non hanno il potere di conquistare e di affondare le loro carni perché sono stati scelti a farlo. È questo il vero potere. Edificare torri sempre più alte che sono accettate dal cielo e benedette dalle divinità degli spazi universali . San gimignano aspetta Giuseppe Ciarcià. E, l’attesa di scatenare una discussione con un colore. E l’auspicio che attenda una rivoluzione.
La rivoluzione dell’amore.
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